INDICE:
- Quando l’incertezza entra dentro di noi
- Quando l’inquietudine entra nelle relazioni
- L’àncora interiore
- Cinque direzioni per ritrovare la propria “bussola”
Ci sono momenti in cui abbiamo la sensazione che il mondo abbia cambiato velocità; ogni cosa sembra essere più rapida e incalzante.
Siamo immersi in un flusso di informazioni, e nuove notizie arrivano prima ancora che abbiamo il tempo di comprendere quelle precedenti. Il lavoro, le relazioni, i progetti, le prospettive per il futuro: ciò che ieri sembrava stabile oggi è percepito e definito liquido. E incerto, non offre punti fermi.
È come navigare in un mare nel quale cambiano continuamente le correnti e il vento.
L’incertezza è diventata una compagna nella quotidianità; si fa strada nella mente attraverso un pensiero ricorrente, una notte agitata, una decisione che non riusciamo a prendere, una maggiore irritabilità. Può manifestarsi nel bisogno di avere conferme, nel timore di sbagliare, nella fatica di lasciar andare ciò che non possiamo controllare.
Quando perdiamo la direzione, anche un mare non particolarmente agitato può sembrare insidioso.

- Quando l’incertezza entra dentro di noi
Quando tutto cambia rapidamente, quando non sappiamo che cosa accadrà, la natura della mente è di cercare di colmare il vuoto: analizza, prevede, anticipa.
E se succedesse questo/quello?... E se facessi la scelta sbagliata?... E se perdessi ciò che ho costruito?...
Questa parte della nostra intelligenza prova a proteggerci immaginando il futuro, considerando scenari e possibili soluzioni; ma può trasformarsi in un labirinto nel quale ogni risposta genera una nuova domanda. E la sensazione di incertezza permane: più cerchiamo certezza, più rischiamo di scoprire che non esistono.
L’incertezza può allora trasformarsi in ansia, affaticamento, indecisione e bisogno di controllo. Anche le emozioni possono diventare più difficili da gestire: la paura può prendere il posto della curiosità, la rabbia può emergere quando sentiamo di non avere più potere sulle cose, lo scoraggiamento può accompagnare la perdita di riferimenti conosciuti.
In una prospettiva umanistica non tutto ciò che sentiamo deve essere eliminato: un’emozione può essere percepita come scomoda, ma ha una sua funzione naturale, perciò ha senso cercare d’ascoltarla, attraversarla, comprenderla. La paura può dirci che qualcosa è importante, la rabbia può segnalare un limite oltrepassato, la tristezza può raccontare una perdita.
Ascoltare non significa obbedire a ogni emozione. Significa iniziare a comprenderla.
- Quando l’inquietudine entra nelle relazioni
Ci sono momenti in cui la nostra fragilità emerge soprattutto nel modo in cui incontriamo gli altri. Una parola può sembrarci più dura, un silenzio può essere percepito come un rifiuto, una differenza di opinione può trasformarsi in un conflitto.
Quando siamo incerti dentro, spesso cerchiamo sicurezza fuori.
Chiediamo agli altri di rassicurarci, di confermare che abbiamo fatto la scelta giusta, che siamo abbastanza, che tutto andrà bene. Ma nessuna relazione può offrirci una garanzia permanente contro l’incertezza; l’altro può ascoltarci comprenderci, sostenerci, può essere una presenza preziosa durante una tempesta, ma non può diventare la nostra bussola.
Una relazione sana non elimina le nostre paure: ci permette di portarle nella relazione senza esserne completamente governati.

- L’àncora interiore
Che cosa ci rimane quando fuori non possiamo avere certezze?
Possiamo "costruire" qualcosa dentro.
Un muro? Una corazza? E’ una possibilità, serve a difenderci.
Un’alternativa è “costruire” un’àncora.
L’àncora interiore non ferma il mare, serve a impedirci di essere trascinati completamente dalle sue correnti, è la capacità di rimanere in contatto con la profondità e complessità delle nostre risorse interiori, mentre qualcosa cambia.
Nel Counseling Umanistico questo contatto è centrale: ascoltare ciò che sentiamo, riconoscere i nostri bisogni, incontrare le emozioni senza giudicarle, comprendere ciò che per noi ha valore e recuperare la possibilità di scegliere.
Non possiamo decidere quale sarà il prossimo vento, possiamo imparare a conoscere meglio la nostra rotta e a governare le vele e il timone. Soprattutto possiamo scoprire che la stabilità non significa non vacillare mai, piuttosto è saper tornare a sé quando si vacilla.
- Cinque direzioni per ritrovare la propria “bussola”
Culturalmente abbiamo appreso che sono le situazioni esterne a far emergere ciò che sentiamo; questo è vero solo in parte: nessun evento può suscitare qualche cosa che non c’è già interiormente. Da questa nuova prospettiva, si attiva il potere di ritrovare fiducia, un sentimento fondamentale per la vita, un punto stabile interiore che ci predispone a un nuovo senso delle cose. Non significa convincersi che andrà tutto bene, essere “positivi”, piuttosto sviluppare un orientamento capace di accompagnarci anche quando non abbiamo tutte le risposte che vorremmo.
- Dal controllo alla presenza
Una delle prime reazioni all’incertezza è cercare di controllare tutto: programmare, prevedere, anticipare.
Ma nessuno può governare completamente il mare.
Possiamo invece cambiare domanda e passare da
Come faccio a essere certo di ciò che accadrà?, a
Che cosa è in mio potere fare, oggi, con ciò che so/ho?
La presenza ci riporta dal futuro immaginato al momento reale.
Non dobbiamo risolvere tutta la nostra vita, è sufficiente trovare il prossimo passo.
2. Dal giudizio all’ascolto di sé
Quando siamo in difficoltà possiamo diventare molto severi con noi stessi.
Dovrei essere più forte... Non dovrei avere paura... Dovrei sapere cosa fare...
Ma giudicarci raramente ci aiuta a comprenderci.
Possiamo invece chiederci:
Che cosa sta cercando di comunicarmi quello che sento, qual'è il messaggio?
Ascoltarsi è una forma di prendersi cura di sé stessi. Non implica seguire ogni impulso, piuttosto creare uno spazio nel quale incontrare ciò che viviamo senza doverlo immediatamente combattere.

3. Dal bisogno di approvazione alla propria bussola
Quando non sappiamo cosa fare, tendiamo a guardare agli altri.
Sto scegliendo bene?... Cosa ne penseranno?... Cosa farebbero loro?...
Il confronto può essere prezioso, ma se lasciamo che siano sempre gli altri a stabilire la nostra direzione rischiamo di allontanarci da noi stessi.
Diventa allora importante tornare ai propri valori:
Che cosa conta davvero per me? Che tipo di persona voglio essere in questa situazione?
I valori sono come punti cardinali: non eliminano la nebbia, ma aiutano a non perdere la direzione.
4. Dalla reazione alla scelta
Tra ciò che accade e ciò che facciamo può esistere uno spazio, a volte è piccolo, un respiro, una pausa, qualche secondo. Ma proprio lì può nascere una possibilità nuova.
Una parola ci ferisce: possiamo reagire immediatamente oppure fermarci.
Una notizia ci spaventa: possiamo precipitare nel peggiore degli scenari oppure chiederci che cosa sappiamo davvero.
La consapevolezza crea spazio, e nello spazio tra impulso e azione può comparire una delle nostre risorse più importanti: scegliere.
5. Dall’isolamento all’incontro
Avere un’àncora interiore non significa essere autosufficienti in assoluto.
Abbiamo bisogno di relazioni nelle quali poter dire non lo so, ho paura, sono stanco, senza sentirci sbagliati. La relazione autentica non elimina la vulnerabilità: le permette di avere un posto.
Possiamo imparare a dire:
Questo è ciò che sento. Questo è ciò di cui ho bisogno. Questo è il mio limite.
Dire ciò che è vero per noi, con rispetto per l’altro, può diventare un atto di autenticità e libertà.
La fiducia che non promette certezze
Forse abbiamo cercato la fiducia nel posto sbagliato, essere fiduciosi non significa sapere che tutto andrà bene.
La fiducia interiore può essere qualcosa di più concreto:
Non so che cosa accadrà, ma posso imparare ad ascoltarmi. Posso chiedere aiuto. Posso fermarmi. Posso scegliere. Posso fare un passo alla volta.
Questa fiducia non promette un mare calmo, ci ricorda soltanto dove possiamo tornare.
A noi stessi.
Perché la stabilità non è avere sempre la terra ferma sotto i piedi.
È imparare, anche quando il terreno si muove, a non perdere il contatto con ciò che ci orienta.
E forse la vera fiducia nasce proprio qui: non dal sapere dove porterà il viaggio, ma dal sentire di poterlo attraversare senza smarrire la propria rotta.
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