DENTRO a OGNI EMOZIONE c'è QUALCOSA da ASCOLTARE

26 Ago 2026

  • di Milena Screm
  • /
  • Counseling

Proprio come impariamo a leggere e scrivere per comunicare meglio ciò che pensiamo, possiamo imparare a riconoscere le emozioni per comprendere e comunicare meglio ciò che sentiamo.

INDICE:

  • Un alfabeto per le emozioni
  • Dall’emozione alla consapevolezza
  • Anche il corpo parla: imparare ad ascoltare i segnali
  • L’educazione emotiva come esperienza quotidiana

 

Imparare a riconoscere ciò che proviamo è uno dei primi passi per gestire le emozioni. Dare un nome alla rabbia, alla paura, alla tristezza o alla gioia significa, infatti, iniziare a comprendere che cosa sta accadendo dentro di noi e, passo dopo passo, imparare a modularlo.

L’educazione emotiva può diventare quindi uno strumento importante di ben-essere. Non si tratta di evitare di provare emozioni “negative”, né di essere sempre tranquilli, felici o controllati;  significa scegliere di sentire e scoprire che tutte le emozioni hanno un senso e una funzione, che anche quelle più difficili possono essere ascoltate, comprese e attraversate.

Tutto questo richiede una forma di auto-educazione, in primo luogo con se stessi; in un secondo tempo può diventare una modalità di relazione con gli altri, nei rapporti affettivi, in primo luogo, in modo diverso in altre relazioni. Le attività quotidiane come le conversazioni e i momenti di confronto offrono utili occasioni; l’obiettivo è concedersi  uno spazio nel quale ognuno possa sentirsi libero di dire: “Sono arrabbiato”, “Provo frustrazione”, “Mi sento deluso” e, anche,  “Non so ancora spiegare cosa provo”, senza sentirsi giudicato o doversi giustificare, senza incolpare nessuno né rimproverarsi, l’importante è che la comunicazione sia rispettosa. Relazioni nelle quali sono messe in atto queste attitudini, sono più autentiche, meno stressanti, favoriscono la fiducia.

 

Un alfabeto per le emozioni: imparare a dare un nome a ciò che sentiamo

Daniel Goleman, il ricercato statunitense conosciuto in tutto il mondo per i suoi contributi all’Intelligenza Emotiva, nelle sue pubblicazioni afferma che l’alfabetizzazione emotiva è, prima di tutto, un percorso di riconoscimento e comprensione delle emozioni. Proprio come impariamo a leggere e scrivere per comunicare meglio ciò che pensiamo, possiamo imparare a riconoscere le emozioni per comprendere e comunicare meglio ciò che sentiamo.

Riconoscimento e comprensione si sviluppano attraverso un percorso in tre passaggi fondamentali:

  • che cosa è successo, cioè l’evento che ha suscitato l’emozione;
  • come lo abbiamo interpretato, ovvero quali pensieri e significati abbiamo attribuito a ciò che è accaduto;
  • come abbiamo reagito, sia a livello emotivo sia attraverso i nostri comportamenti.

Questa sequenza è preziosa perché aiuta a comprendere che tra ciò che accade e il modo in cui reagiamo possono esserci pensieri, interpretazioni e bisogni. 

È importante ricordare che non esistono emozioni sbagliate, fondamentale, invece, distinguere tra l’emozione e il comportamento con cui è espressa. E' possibile essere  arrabbiati senza per questo alzare la voce o danneggiare oggetti; la paura è naturale e legittima, la proviamo perché ci protegge dai pericoli, reali e/o presunti; la tristezza è il sentire che accompagna una perdita, fisica o di altra natura; chiedere aiuto non ci rende meno capaci ma più responsabili.

Questo è uno dei messaggi più importanti dell’educazione emotiva: non si tratta di eliminare le emozioni, ma imparare a stare con ciò che sentiamo comprendendone la funzione naturale,  gestendo anziché reagendo.

 

Dall’emozione alla consapevolezza

Un ulteriore passo consiste nel sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri pensieri e di come siano collegati al sentire, e viceversa: c’è un legame, che parte dal corpo, dalla fisiologia,   tra ciò che accade, la percezione che ne abbiamo, i pensieri che ne derivano e ciò che proviamo.

La consapevolezza porta con sé un altro fattore importante: le emozioni non sono causate dagli avvenimenti e/o dagli altri, sono una risposta soggettiva. Lo stesso avvenimento può lasciare indifferente qualcuno e indisporre un altro, dipende dalla percezione personale dell’accaduto; a loro volta i processi percettivi s'intrecciano all’educazione  ricevuta, all’esperienza fatta, alla cultura nella quale siamo cresciuti.   Possiamo porci domande semplici: “Che cosa è successo?”, “Come mi sono sentito?”, “Che cosa ho pensato in quel momento?”, “C’era un altro modo di vedere la situazione?”, “Che cosa potrebbe aiutarmi adesso?”

Sono domande che non offrono immediatamente una soluzione, ma aiutano a costruire progressivamente la propria capacità di riflettere sulle emozioni.

Il percorso può essere sintetizzato in alcuni passaggi:

  • riconoscere l’emozione che sta emergendo;
  • osservare i pensieri che la accompagnano;
  • chiedersi se quei pensieri rappresentano l’unico possibile punto di vista sulla situazione;
  • considerare alternative, non soluzioni perfette, una possibilità diversa di osservazione.

 

Anche il corpo parla: imparare ad ascoltare i segnali

Un aspetto spesso trascurato riguarda il rapporto tra emozioni e corpo: prima ancora di riuscire a pensare “Mi sento ansioso” o “Mi sento arrabbiato”, s'innescano precise sensazioni fisiche, lo stomaco chiuso, il cuore che batte forte, il respiro corto. Imparare a riconoscere questi segnali può essere molto utile, quest'attenzione permette di intervenire prima che l’emozione raggiunga un’intensità difficile da gestire.

Quando il proprio punto di vista sulle emozioni è unicamente mentale, la loro gestione può avvenire solo attraverso atti di volontà; conosciamo però tutti, per esperienza diretta, come le onde emozionali di frequente sfuggano a questo tipo di controllo.

Includere il corpo consente di muoverci nel territorio naturale delle emozioni: esse nascono da un processo che inizia dai sensi e dalle informazioni che raccolgono su una situazione, informazioni che sono riversate sul sistema nervoso centrale che le “legge” e da loro un senso. In questa rete è investito anche il sistema endocrino; nasce la produzione di ormoni e frequenze elettromagnetiche che danno forma a sensazioni fisiche, stati emotivi, pensieri, azioni. Tutto questo in frazioni di secondi.

Essere presenti a ciò che ci accade, sentirlo e riconoscerlo, portare pochi secondi di attenzione, anziché mettere subito in atto una reazione: tutto questo è un primo passo funzionale. Il corpo ci offre anche risorse preziose per procedere ulteriormente: è possibile dialogare con l’organismo e comunicargli ulteriori informazioni biologiche, fisiche, non intellettuali. La respirazione è a nostra disposizione per compiere questa missione: nei momenti di presenza su quello che ci sta accadendo, è possibile inserire alcuni profondi respiri che andranno a  influenzare – insegnano le Neuroscienze – il Sistema Nervoso e la chimica organica, quest’ultima con un apporto di ossigeno nel sangue e, da lì, al sistema endocrino. Una "bacchetta magica"? No, un sistema portatile, naturale, efficace.

 

L’educazione emotiva come esperienza quotidiana, vita privata, lavoro

Le convenzioni sociali a volte ci condizionano e ci fanno adattare la vita emotiva a una serie di codici di comportamento. Indubbiamente il vivere sociale ha bisogno di atteggiamenti adeguati ai contesti; al tempo stesso è anche necessario considerare che, nella vita privata così come negli ambienti di lavoro, sono le persone a vivere le situazioni e che queste, di frequente,  coinvolgono emotivamente.

Nelle relazioni affettive e nelle amicizie, una parte del rapporto stesso, seppur in modo differente, è naturale parlare di emozioni, e non solo quando esiste una difficoltà.  Sul lavoro, invece, è convinzione diffusa che l’emotività sia di troppo, un ostacolo, qualche cosa che offusca la razionalità e, di conseguenza, la prestazione professionale. Il principio che non sono le emozioni di per sé a essere “negative”, quanto piuttosto il modo in cui sono manifestate, può essere applicato anche in questo caso: in una discussione tra due colleghi, tenere a bada le emozioni e voler solo razionalizzare, non garantisce la soluzione delle difficoltà. Al contrario, invece, l’educazione emotiva,

  • fatta di riconoscere ciò che si sta provando,  
  • di prendere un po’ di tempo per lasciar sedimentare l’onda emotiva della discussione e riflettere sulla propria percezione dell’accaduto e dei pensieri che ha suscitato,
  • considerare un nuovo punto di vista possibile,
  • poi tornare al confronto con l’altra persona,

può rivelarsi una strategia funzionale. Fondamentale cogliere le occasioni di consapevolezza, riconoscimento del proprio vissuto interiore, la possibilità di ampliare lo sguardo considerando altre possibilità, tenere ben chiaro lo scopo che si vuole raggiungere, il tutto con modalità adatte al contesto: Intelligenza Emotiva applicata.

L’educazione emotiva non serve soltanto a rendere più serena una giornata; è utile anche sviluppare competenze trasversali, quelle che sono alla base delle relazioni umane e che fanno la differenza: riconoscere ciò si prova, comprendere i propri bisogni, comunicare in modo efficace, affrontare le frustrazioni, gestire i conflitti.

Il primo passo è fare spazio alle emozioni e imparare ad ascoltarle e attraversarle.

 

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