"PERCHE' SCRIVIAMO? Per ABITARE? Per LASCIARE?

20 Apr 2026

  • di Keren Ponzo
  • /
  • Counseling

Perché scriviamo? Per bisogno, per desiderio, per cosa?


Scriviamo per narrarci, per dare forma a ciò che altrimenti resterebbe informe: un'esperienza, un'emozione, una vita che preme dall'interno e chiede di essere detta. Scriviamo per abitare luoghi che non esistono ancora, spazi altri che la scrittura stessa costruisce mentre li descrive. In questo senso l'opera è una dimora: chi la scrive vi abita, vi torna, vi riconosce qualcosa di più stabile e più vero di quanto il tempo ordinario sappia offrire.


Ma c'è un'altra risposta, meno ovvia, di Michel Foucault:
«Io scrivo proprio perché non so ancora cosa pensare di un argomento che attira il mio interesse. Facendolo, il libro mi trasforma, muta ciò che penso; di conseguenza, ogni nuovo lavoro cambia profondamente i termini di pensiero cui ero giunto con quello precedente» (Esperienza e verità, Castelvecchi 1999, p. 27) .

Scrivere è il movimento stesso attraverso cui il pensiero si forma e si consuma. Si comincia un libro perché si è attratti da qualcosa che non si capisce ancora: il libro diventa lo strumento di quella comprensione. Il pensiero arriva scrivendo, si chiarisce scrivendo, si esaurisce scrivendo. Quando il libro è finito, il pensiero che lo ha generato ha già trovato la sua forma, e quella forma appartiene al testo, al mondo, ai lettori.


Il saggio tradizionale affida alla scrittura un pensiero già formato: la pagina lo conserva, lo rende trasmissibile. Il libro-esperienza di Foucault parte da un presupposto radicalmente diverso: il pensiero non precede la scrittura, la abita. Scrivere è pensare, e pensare è trasformarsi. La forma che il libro assume è la traccia di quel movimento, e come tale porta in sé la propria provvisorietà.


Scrivere per abitare è costruire un'identità che l'opera custodisce e rispecchia. Scrivere per abbandonare è accettare che ogni libro trasformi profondamente chi lo ha scritto, e che quel pensiero, una volta affidato alla pagina, appartenga già ad altro.
Proust chiarifica questa posizione. La Recherche nasce da una perdita — il tempo che passa, le persone che scompaiono, le esperienze che si dissolvono — e dalla convinzione che la scrittura possa restituire ciò che la vita sottrae. Non si tratta di memoria nel senso ordinario: la scrittura proustiana non ricorda, ricrea, rende permanente. L'opera diventa il luogo in cui il tempo perduto è trasformato in qualcosa di indistruttibile. Chi ha scritto la Recherche vi abita: è lì, nell'unica casa che il tempo non può demolire.

È una concezione della scrittura come salvezza. La Recherche è il racconto di come si arriva a scrivere la Recherche: un'opera che contiene la propria genesi, che si giustifica nel momento stesso in cui si compie. L'ultimo mattone è il libro stesso.


Kafka introduce nella dimora una crepa. Anche lui costruisce un mondo altro attraverso la scrittura, un mondo che non assomiglia a nessun luogo vissuto eppure lo riguarda interamente. Ma a differenza di Proust, non vuole abitarci. Chiede a Max Brod di bruciare tutto. La dimora che ha costruito gli è insopportabile, o forse troppo vera per essere lasciata in piedi. Brod non obbedisce, e i testi sopravvivono contro la volontà di chi li ha scritti. Resta aperta la domanda se quella richiesta fosse autentica o il modo paradossale di affidare l'opera al mondo attraverso la mano di un altro.


Foucault si colloca altrove rispetto a entrambi. Non costruisce una dimora, e non chiede che venga bruciata. Scrive per trasformarsi, e una volta trasformato, abbandona. Ma abbandonare non significa dimenticare, significa affidare. Il libro resta nel mondo, ricorda al posto dell'autore, libera l'autore dall'obbligo di portarlo. Ma aggiunge: il libro non trasforma solo chi lo scrive: deve trasformare anche chi lo legge. L'obiettivo non è trasmettere un contenuto ma produrre un'esperienza, «un'esperienza della nostra modernità tale che ci consenta di uscirne trasformati» (p. 32). Autore e lettore attraversano insieme la stessa soglia, e nessuno dei due esce dal libro uguale a come vi era entrato.
C'è qui una concezione dell'opera filosofica che rompe con l'idea stessa di dottrina — che si insegna, si trasmette invariata, si apprende. Il libro-esperienza di Foucault consuma se stesso nell'atto di essere letto,produce effetti che l'autore non controlla e non vuole controllare. Le parole e le cose non chiede di essere appresa: chiede di essere attraversata. E chi la attraversa emerge con una diversa percezione di quanto di ciò che chiamiamo umano sia in realtà una figura storica contingente, destinata a dissolversi come un volto di sabbia sulla riva del mare.
Il paradosso è formale. I libri di Foucault hanno una densità architettonica che li rende monumentali — e proprio questa solidità rende possibile l'abbandono. La compiutezza è la condizione dell'affidamento: il testo regge da solo, circola, produce effetti senza il suo autore. L'autore è libero perché la memoria è depositata altrove. Un pensiero che si affretta a sistematizzarsi, a difendersi dal tempo, smette di pensare. Scrivere per trasformarsi, abbandonare per procedere: è anche un gesto etico nei confronti del pensiero stesso. Tenerlo vivo significa lasciarlo andare.


Tra la dimora di Proust e il rogo mancato di Kafka, l'abbandono di Foucault occupa una posizione singolare. Ogni libro è una soglia verso la successiva. Ciò che resta — e resta molto, resta tutto — appartiene a chi legge, a chi riprende, a chi trasforma a sua volta.


Forse è questa la forma più rigorosa di generosità intellettuale: scrivere qualcosa di abbastanza solido da poter essere lasciato, e poi lasciarlo davvero.

 

  • Grazie a Keren Ponzo, Dr.ssa in Filosofia, Counselor filosofico-relazionale ed Etno-counselor. 

           L'articolo è stato pubblicato precedentemente su www.stultiferanavis.it 

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