Tutti noi in un periodo vicino o lontano della nostra vita abbiamo vissuto un momento di smarrimento, di disorientamento. Ci coglie così, apparentemente all’improvviso, ma in realtà è il risultato di piccole rinunce quotidiane, di priorità che non sono le nostre, di tempi dettati da altre persone, dal conformismo, da regole, regolamenti e confini disegnati dall’ambiente e nei quali diligentemente si impara a prestare attenzione come l’alunno che s’impegna a non colorare mai fuori dai bordi.
E così si diventa un pezzettino per volta, un granellino alla volta, un’altra cosa, persone diverse con lo sguardo rivolto sempre all’esterno, impegnate in una fuga continua e a rincorrere chissà quale luogo piuttosto che imparare ad abitare in noi.
Personalmente è accaduto anche a me e, stranamente, è successo proprio nel momento in cui mi sentivo realizzata negli ambiti più importanti della mia vita.
Sentivo però che mi stava sfuggendo qualcosa, non riuscivo a prendermi cura della mia persona, non mi stavo ascoltando.
Mi impegnavo ogni giorno per raggiungere obiettivi, lavoravo a testa bassa per produrre di continuo “effetti speciali”, “fuochi d’artificio” per farmi approvare dalle altre persone, per farmi volere un po' più di bene, per rendere felice la mia famiglia e non solo.
Si stava rompendo qualcosa dentro di me e non capivo ancora cosa.
Una volta ho sentito dire che una stella prima di spegnersi subisce una trasformazione drammatica e nel momento del collasso, sotto la propria gravità, si espande generando un’esplosione ed emettendo un’intensa luminosità finale. Mi è sembrato pazzesco… praticamente una stella prima di spegnersi genera il suo momento di massima luminosità. Quello che succederà poi sarà tristissimo ma non sono Margherita Hack e quindi mi limito a prendere in prestito la metafora.
La verità è che stavo correndo a un passo diverso rispetto alle persone che mi amavano e ad un certo punto mi sono ritrovata sempre più sola e, in questa corsa forsennata, anche la mia vivacità si stava spegnendo.
Avete presente il frame del film “Forrest Gump” quello in cui dopo aver corso per ben 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore incessantemente si ferma e dice “Sono un po' stanchino, credo che tornerò a casa ora”?
Da qui inizia la mia “ricerca della felicità”, lavoro la creta, canto, inizio a sperimentare alcuni percorsi new age tra cui meditazione, aura soma, capanna sudatoria, cristalloterapia, dieta macrobiotica, theta-healing e tantissime altre attività che mi hanno riempito giornate intere e, in alcuni casi, svuotato il portafoglio.
Vengo per caso a conoscenza di una scuola di counseling a Pesaro: “Associazione Italiana di Psicologia Applicata e della Comunicazione”.
Frequenterò per tre anni la scuola e mi diplomerò nel Luglio 2018 con la discussione della tesi: “Parolandia– Le parole che plasmano”.
Mi sono avvicinata al counseling inizialmente per il desiderio di conoscenza, di esplorazione di nuovi percorsi e per sperimentare possibilità lavorative.
In realtà sono stati tre anni di crescita personale, di consapevolezza, tre anni nei quali ho conosciuto persone splendide con cui ho stretto amicizie importanti.
E’ stato un cammino che mi ha fatto scoprire tante cose su di me, che mi ha fatto rallentare e mi ha resa più attenta alle risposte dell’ambiente e ai miei cambiamenti.
L’ho considerato per diversi anni un percorso di autoanalisi e di autoconsapevolezza senza credere sino in fondo che sarebbe potuta diventare la mia professione.
Ricordo che anche confrontandomi con i colleghi dell’epoca non ruscivo a cogliere la volontà e la determinazione di riconoscere l’attività di counselor come una professione d’aiuto quasi come fossimo in un certo senso “Figli di un Dio minore”.
Dimentico quindi la mia “cassetta degli attrezzi” e la lascio impolverare un po' dedicandomi principalmente alle varie attività di organizzazione di eventi e consulenze aziendali.
Ad un certo punto però la cosa inizia ad infastidirmi, il pensiero e la sensazione di aver perso anni della mia vita e non poterli mettere a disposizione delle persone stava diventando frustrante.
Decido di reagire e di fare un percorso diverso rispetto ai miei colleghi. Mi iscrivo in Si.co e sostengo l’esame come professional counselor.
Penso che in questi casi la miglior difesa è quella di formarsi il più possibile e di trovare le giuste argomentazioni.
Ho trovato illuminante il Convegno internazionale a Napoli. In quel contesto ho avuto modo di capire la portata internazionale della nostra professione, come viene percepita all’estero e le evoluzioni e i progressi che si stavano svolgendo in Italia per contrastare questa sorta di “oscurantismo”.
Da lì a poco verrà divulgata anche una circolare dove viene riconosciuta dal punto di vista fiscale la professione di counselor con l’attribuzione di un codice ATECO dedicato.
Da quel momento ho iniziato a parlare della professione e magicamente sono successe cose straordinarie.
L’esperienza più bella e formativa è stata quella che mi ha vista impegnata tutto il 2025, in diversi istituti scolastici di scuole secondarie di primo grado.
Dopo anni dedicati alla consulenza aziendale e finanziaria finalmente riesco a dare ascolto alla mia curiosità e amore per “l’essere umano” e alle sue infinite potenzialità.
Vengo contattata da un’associazione Marchigiana per coordinare e condurre percorsi di mentoring e orientamento finalizzati al contrasto della dispersione scolastica.
Inizia così un’avventura meravigliosa insieme a ragazzi e ragazze tra i 12 e i 15 anni. Ore ed ore di colloqui personali dai quali sono emersi talenti non riconosciuti, interessi non espressi e bisogni non ascoltati fino ad allora.
Mettendo a disposizione tutte le mie risorse nel settore aziendale, sono riuscita a esercitare le skills di project management creando un vero e proprio tavolo di lavoro partecipativo che ha visto coinvolti: docenti, pedagogisti, psicologi e counselor.
Ognuno ha fornito il proprio contributo al progetto mettendo in campo le proprie professionalità e competenze collaborando allo stesso tavolo e con lo stesso obiettivo.
Quasi contemporaneamente a questa esperienza decido di sostenere un ulteriore esame presso S.I.Co. per diventare Professional Expert Counselor. Nel corso del colloquio presenterò la mia esperienza come un “Case history”: un counselor, che fino a pochi mesi prima era disorientato sul futuro della professione, organizza un percorso di mentoring e orientamento coordinando diverse figure professionali: docenti, pedagogisti, counselor ma soprattutto psicologi creando un’opportunità lavorativa per tutti in un contesto istituzionale. Mi viene da dire: bingo!
A quel punto nuovamente come Forrest Gump mi ritrovo ad essere candidata alle ultime elezioni regionali delle Marche.
L’esperienza politica non era mai stata contemplata nella mia vita e decido di accettare solo ad una condizione: utilizzerò la campagna elettorale per parlare di temi sociali e dell’importanza della professione di counselor.
Il mio successo non si è trasformato in voti ma nella divulgazione e propaganda sui principali temi che coinvolgono la nostra professione a partire dallo slogan utilizzato: “Ascolto, mi attivo!”.
Oggi sono una referente regionale di S.I.Co. per la regione Marche.
L’incarico è recentissimo e ho iniziato a conoscere alcuni colleghe iscritte in S.I.Co., capire e comprendere le loro esigenze, il loro campo di azione per poter creare una rete professionale.
In Giappone esiste una parola che unisce ciò che ami, il tuo talento, ciò di cui il mondo ha bisogno e il tuo lavoro, per il quale si è remunerati. Questa parolina magica di chiama “Ikigai”. Vorrei dare il mio contributo per fare in modo che ogni counselor possa trovare non solo il suo “obiettivo del cuore” ma il proprio “Ikigai”.
Ho voluto raccontare la mia esperienza nel mondo del counseling perché nel mio caso ha rappresentato un vero e proprio percorso di trasformazione che è partito da me per poi arrivare agli altri. Certo è anche necessario procedere con una formazione continua, creare e promuovere tavoli di lavoro anche istituzionali, partecipare alle iniziative che i colleghi propongono anche in altre regioni, iscriversi ad un’associazione di categoria, conoscere le proprie competenze, allenare una capacità che ci rende unici e riconoscere l’importanza della professione del counselor nella relazione d’aiuto.
Ma non basta. Il counseling non è solo una professione: riuscire a entrare in connessione con l’altro si avvicina più a una missione.
Dopo aver visto l’ultimo film di Sorrentino, credo che per entrare in contatto con se’ e con gli altri bisognerebbe provare a muoversi in un campo in “assenza di gravità” e raggiungere uno stato di “grazia” dove anche le lacrime diventano piccole sfere fluttuanti di cui potersi meravigliare.
Auguro quindi a tutti di potersi concedere, una o più volte nella vita, “La grazia” e di trovare ogni giorno la propria missione da svolgere con passione e abbondanza.
Arianna Marsico Gajulli, Professional Expert Counselor