"ALLENARSI a STARE"

19 Gen 2026

  • di Viviana Neglia
  • /
  • Counseling

Allenarsi a stare.
Parole e pratiche per allenarsi a stare, giorno  dopo giorno

  • Premessa

"Allenarsi a stare" (in quello che c'è, così com'è)  è uno spazio di riflessione e piccoli allenamenti quotidiani. Parole e pratiche per accompagnare i passaggi, senza forzare il cambiamento.

Non un percorso da completare, ma una pratica a cui tornare.

Giorno dopo giorno.

  • La zona di comfort

La zona di comfort è il primo passo di questo nuovo spazio "Allenarsi a stare": un punto di partenza da cui iniziare a esplorare i passaggi, senza fretta e senza forzature.

Capita spesso di riuscire a dire con chiarezza cosa non vogliamo più. Lo riconosciamo facilmente, a volte lo sentiamo nel corpo prima ancora di riuscire a metterlo in parole. Quello che è più difficile, invece, è dire cosa vogliamo, o anche solo capire da dove potremmo iniziare. In mezzo a questo passaggio compiano spesso tre parole: zona di comfort.

Di solito le nominiamo come un limite, qualcosa da superare, un posto in cui si resta troppo a lungo. Ma la zona di comfort non è pigrizia, non è mancanza di desiderio e non è nemmeno paura, almeno non nel modo in cui spesso la immaginiamo.

È uno spazio conosciuto, un insieme di abitudini, ruoli, relazioni e ritmi che hanno una funzione precisa: ridurre l’incertezza. La zona di comfort non nasce per farci crescere, nasce per farci restare in piedi.

Una delle cose che ascolto più spesso, e che riconosco anche nella mia esperienza personale, è questa: quando la zona di comfort viene attaccata o forzata — da noi stessi o dalle aspettative intorno a noi — tende a irrigidirsi. È come se dicesse: se non mi ascolti, mi chiudo.

Forse allora la domanda non è come facciamo a uscirne. Forse è più utile chiederci cosa stiamo proteggendo restando qui, perché la zona di comfort non è un muro, è una soglia. E una soglia non si attraversa di corsa: si abita per un po’, si osserva, si ascolta.

A volte è proprio quello di cui abbiamo bisogno: stare lì, in quella zona, per ascoltarci. Dal bordo abbiamo l’occasione di guardare dentro e fuori contemporaneamente e percepire ciò che risuona in noi. E a volte ci serve anche rientrarci, in quella zona. Non è detto che uscirne sia per sempre: può essere un movimento, non una conquista definitiva. Può essere il luogo in cui torniamo quando abbiamo bisogno di stabilità, di riconoscerci, di riprendere fiato.

È spesso sul bordo che iniziano i movimenti più sostenibili, non grandi cambiamenti, ma micro-spostamenti, abbastanza piccoli da poter essere attraversati senza violenza.

A questo punto puoi scegliere. Puoi fermarti qui, portando con te la riflessione oppure puoi restare ancora un momento e fare un piccolo esercizio, come gesto di ascolto. È solo un modo per allenarsi a stare.

  • Un piccolo esercizio
  1. Prendi un foglio e disegna un cerchio. 
  2. Dentro al cerchio scrivi tutto ciò che oggi è stabile per te: cose, situazioni, abitudini, ruoli, anche quelli che a volte ti stanno stretti. 
  3. Fuori dal cerchio non scrivere obiettivi, non scrivere cambiamenti grandi. Scrivi solo parole che indicano curiosità, piccoli movimenti possibili, cose che ti attirano appena.
  4. Poi fermati e lascia risuonare questa domanda, senza darle subito una risposta: che cosa succederebbe se non uscissi dal cerchio, ma solo ascoltarne il bordo?

www.viviananeglia.it

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