Di Sabina Del Monego, autrice di racconti

Il disegno é di Francesco C.

Leonard è seduto sulla sua sedia verde preferita, scrive, con le gambe incrociate sotto la scrivania. Il cielo visto dalla finestra è terso, azzurro, e il sole splende dorato su tutto.

Quando...
...eccone arrivare uno. Nero. Sembra un corvo, col becco grosso e le ali nere.
Entra dalla finestra aperta e si posa. Non è enorme, ma sulla testa di Leonard pesa. Si appoggia, occupa territorio. Si mette pure a saltellare mentre cerca equilibrio!

L'uccello che sembra un corvo fa un verso. Un richiamo. Ed ecco dal cielo arrivare un altro uccello nero, simile. Batte le ali e il suono fende l'aria, come i remi bucano l'acqua e fanno mille spruzzi.

Flap flap flap...

Il secondo uccello nero che sembra un corvo entra dalla finestra della camera di Leonard e si appoggia sulla sua testa. Due grossi volatili e quasi non c'è più spazio tra le due orecchie.

Leonard sente qualcosa che lo opprime. Scuote leggermente la testa per cacciare quella sensazione poco piacevole, ma gli uccelli neri restano aggrappati, stringono i capelli con le zampe. Sembrano comodi. Addirittura hanno preso a conversare tra loro con dei rauchi Cra Cra Cra.

Leonard, da seduto che era, si alza e prende a camminare dapprima lento, poi esce dalla casa a pianterreno, aumenta l'andatura e comincia a correre per cercare di alleggerire il peso che sente sulla testa, ma gli uccelli neri non se ne vanno. Anzi, altri due corvi ancora più grossi alzati in volo da chissà quale ramo di chissà quale albero arrivano pesanti e si vanno a posare proprio di fianco ai due che già c'erano. E non è finita qui.
Un altro e un altro e un altro uccello nero ancora arrivano, come d'accordo, per unirsi al gruppo. Come i passeri allineati lungo il filo dei tralicci dell'elettricità.
Vogliono stare insieme, tutti vicini. E gracchiano sopra a Leonard. Il rumore diventa assordante, insopportabile, in crescendo. Cra Cra Cra Cra CRA CRA CRA CRA.

Leonard si tappa le orecchie con le mani e sbatte la testa a destra e sinistra, salta, si scatena in un ballo sfrenato senza musica, si tuffa nell'acqua di una pozza e ne esce grondante, ma le gocce scivolano via dalle ali degli uccelli; allora prende un grosso ramo e cerca di colpirsi la testa per liberarsi di quello stormo odioso che così dal nulla è arrivato su di lui e non lo molla.

Basta basta! Non sa più che fare. Gli uccelli neri lo stordiscono coi loro versi.
Si muovono tutti, lo calpestano, lo schiacciano. Sfregano le ali uno contro l'altro come per spingersi giù, ma nessuno cade. Continuano a gracchiare rumorosi.

Leonard grida. Piange. Urla. Non ne può più.
Ma niente riesce a cacciare quegli uccellacci maledetti.

Dopo le ultime inutili lacrime disperate, Leonard si butta a terra esausto, stordito, a pancia in su con le braccia aperte a croce. Sente l'enorme massa che gli preme sulla testa, un dolore e un peso che pensa di non sopportare più, ma è sempre li.

Chiude gli occhi. Ormai non ha più lacrime, nè voce, nè forze. Gli restano solo i respiri veloci, ma non ha più energia nemmeno per quelli.
Così i respiri rallentano, sempre di più, diventano profondi.
Gli occhi contratti si rilassano, la pancia si alza e si abbassa morbida.

Solo allora Leonard d'istinto, batte forte le mani, due volte. CLAP! CLAP!

E lo stormo di uccelli neri, spaventato, vola via e si disperde nel cielo azzurro.

Da quel giorno Leonard, ogni volta che lo assalgono pensieri pesanti e cupi o noiosi preoccupati e dolorosi, chiude gli occhi, respira profondamente e batte due volte le mani per far volare via subito lo stormo di uccelli neri.