Mi rilasso sulla sedia, respiro nell'addome sentendo ammorbidirsi la tensione del primo incontro, mi apro all'ascolto di questo nuovo cliente.
M. è molto rigido sulla poltrona, le spalle contratte, il viso sembra congelato in una maschera. Gli occhi però sono liquidi, pronti alle lacrime e ho l'impressione che tutti i muscoli del volto siano tesi nello sforzo di controllare e frenare l'emozione.

Mi rilasso sulla sedia, respiro nell'addome sentendo ammorbidirsi la tensione del primo incontro, mi apro all'ascolto di questo nuovo cliente.
M. è molto rigido sulla poltrona, le spalle contratte, il viso sembra congelato in una maschera. Gli occhi però sono liquidi, pronti alle lacrime e ho l'impressione che tutti i muscoli del volto siano tesi nello sforzo di controllare e frenare l'emozione.

M. mi parla del suo problema, il tono dimesso, quasi a scusarsi. Le parole escono a fatica, misurate. Mentre parla io respiro profondamente e ascolto come queste parole risuonano dentro di me. Avverto tristezza, una sfiducia profonda, rassegnazione e una grande compassione verso quest'uomo minuto e fragile.

M. ripete più volte "il mio problema", con una sorta di famigliarità verso una situazione già analizzata per tanto tempo, da ogni angolo. "Il mio problema" - quasi un compagno di vita, un'identificazione profonda, un attaccamento che prevedo difficile da abbandonare.
Sorge in me la domanda "Provi ad immaginare come sarebbe la sua vita, come sarebbe lei, senza questo problema", ma è ancora prematura. Me l'annoto come passo importante da affrontare in futuro, quando il tempo sarà maturo.
Queste prime indicazioni, impressioni, sensazioni,sono sempre molto importanti. Io ne prendo nota per verificarle nel tempo e a volte vanno a costituire la griglia in base alla quale si svilupperà il percorso insieme.

Mentre M. parla, apro tutti i sensi all'ascolto - sostenuta dal training a mediazione corporea che ho avuto nel corso della mia formazione.
Un ascolto che usa le orecchie ma non solo.
I miei occhi osservano la comunicazione non verbale; il corpo a volte mi rimanda segnali come ad esempio tensioni, pruriti, percezioni interne che sono abituata a registrare; a volte è un odore diverso nella stanza a richiamare la mia attenzione.
Allo stesso tempo, partecipo attivamente dando spazio con il silenzio, alimentando la fiducia "Qual'è la SUA comprensione di questo evento?", evidenziando i passi importanti, riformulando.
Nell'ascolto attivo, io verifico anche la bontà del mio sentire, perché a volte il confine tra interpretazione proiettiva e intuizione efficace può essere molto sottile. Mi pongo alla pari, permettendomi quando necessario di avere l'umiltà di dire "scusa, non ho capito".

L'incontro con M., come ogni incontro, è un alternarsi prezioso di "ascolto dentro" e "ascolto fuori", in cui emergono significati e si iniziano a dispiegare le dinamiche interiori.
La respirazione consapevole - breathwork - è il migliore strumento che io abbia incontrato per sviluppare e raffinare questa capacità.
Al termine del nostro colloquio propongo a M. di distendersi e rilassarsi un poco, guidandolo verso la consapevolezza del respiro e delle sensazioni che si risvegliano nel corpo.
Osservare la respirazione di M. apre nuove porte di comprensione.

Ascoltare l'andare e venire del respiro, ascoltare i silenzi, le pause e i suoni che a volte escono spontanei è ascoltare un linguaggio molto più diretto delle parole- un linguaggio capace di metter in luce le incongruenze e di trasmettere significati profondi.

 

 

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