Un'occhiata alla faccenda

Chi porta gli occhiali lo sa bene: vedere chiaramente è tutt'altro che scontato.
Lo sa chi ha problemi a leggere un libro, o un sms sul proprio cellulare.
Lo sa chi da lontano non distingue chiaramente i dettagli di un quadro, o le indicazioni dei cartelli stradali.
Lo sa chi identifica il rosso e il verde del semaforo unicamente dalla posizione del cerchio illuminato.
Ma anche vedendo bene, chi si è mai fermato a pensare a quanto usa gli occhi nella propria comunicazione?
Ad eccezione della vista, gli altri sensi sono semplicemente ricettivi e non espressivi. Può esserlo in parte il tatto, ma solo attraverso le qualità del movimento.
Eppure è così interessante… basta pensarci un po'.
Lo sguardo ammiccante nella seduzione, quello distratto e leggero del passeggiare per strada.
Quello di ricerca nello stabilire chi comanda nella relazione e quello severo necessario nell'educare un cane.
Quello negato per sottrarsi alle chiacchiere fastidiose di un accidentale compagno di viaggio in treno…
Ci sono tanti modi di dire nel linguaggio italiano che riguardano la visione.
"Da mangiare con gli occhi", "con uno sguardo l'ha fulminato", "mi ha guardato dall'alto al basso", "uno sguardo che diceva tutto", "ampliare i propri orizzonti", "gli occhi sono lo specchio dell'anima", "abbassare lo sguardo", "capirsi con uno sguardo"… modi di dire che semplicemente esprimono: comunicazione!
Il primo assioma della comunicazione afferma: è impossibile non comunicare. Anche se tacciamo, look, postura, mimica facciale sono eloquenti: la comunicazione non verbale parla prima e a volte al posto delle parole. Ci soffermiamo quindi un momento su questo aspetto della interazione che avviene in tutti gli ambiti della vita tra le persone, ma che noi vogliamo esplorare in particolar modo nel rapporto tra Counselor e Cliente: lo sguardo.

Una coperta avvolgente

Una delle colonne portanti del lavoro con i clienti nel Counseling è l'ascolto attivo: essere completamente presenti al cliente che parla di sè. Il suo essere lì è la sintesi perfetta di ciò che egli è e che ha dentro, comprese le incongruenze comunicative che si possono manifestare.
L'esperienza del corteggiamento consegna, a mio parere, un prezioso dono alla vita di ogni giorno e un in particolare nel lavoro di Counseling.
L'esperienza è comune a tutti e sicuramente rimanda a qualcosa di già vissuto e conosciuto, anche se forse con sfumature diverse rispetto a come viene descritta di seguito.
Da single in discoteca, quando la musica ha preso il giro e l'energia in pista è alta, ciò che danza non è solo il corpo.
Gli occhi si spostano veloci di persona in persona, perché uno degli scopi dell'essere lì è sperimentarsi nel sedurre.
Dunque lo sguardo corre su particolari che sono significativi in quel momento: hai quello che sto cercando? Una volta identificata la persona che attrae le proprie attenzioni, inizia una parte del rituale di corteggiamento che è assolutamente affascinante: sondare il terreno prima di muoversi fisicamente.
Questo uomo o questa donna mi piace, ma lui o lei, cosa pensa di me?
Ovviamente chiunque ha un po' di savoir faire evita di chiederlo direttamente a voce… ma lo chiede con gli occhi.
E l'oggetto del desiderio accortosi d'interessare a qualcuno, risponde (sempre con gli occhi in prima istanza) comunicando se l'interesse è ricambiato oppure no.
Soffermo il mio sguardo sul tuo per alcuni istanti, se mi piaci. E questo dialogo visivo si ripeterà ancora qualche volta, fino a che i due si avvicineranno.
Ma se l'interesse non è ricambiato, la risposta sarà: tolgo il mio sguardo dal tuo ed ogni volta che mi girerò verso di te, i miei occhi guarderanno tutto intorno alla tua persona, ma non su di te.
Di fatto è comunicare: tu non ci sei. E se soffermassi il mio sguardo su di te, significherebbe riconoscerti e stabilire che lì c'è di fatto qualcuno con cui potenzialmente parlare.
Il punto chiave, l'insegnamento, è proprio questo: guardare una persona o un oggetto è riconoscerne l'esistenza.
Un altro esempio. Una delle possibilità di evitare la trattativa con un mendicante è guardare altrove ed ignorarlo mentre egli rivolge le proprie richieste di denaro. Se lo si considerasse, bisognerebbe rispondere eventualmente con un no alle sue richieste, eventualmente intavolare un patteggiamento con i propri sensi di colpa sociali o morali per rifiutare l'offerta ad una persona bisognosa. Non guardandolo, è possibile liberarsi da tutto ciò: non ci sei, non sta accadendo nulla.
Fermarsi invece ad accogliere nei propri occhi un altro essere umano è comunicare: tu per me esisti, in questo momento sei nella mia vita, qui davanti a me e una relazione ci connette.
Il Cliente che il Counselor ha di fronte a sè, ha in primis una richiesta non espressa: riconosci chi io sono, proprio ora, proprio così come sono.
Tra le qualità dello sguardo tra Counselor e Cliente, al primo posto va proprio questo: uno sguardo accogliente, in qualche modo amorevole, che riconosce la persona di fronte a sé.
La parola amorevolezza ha purtroppo spesso acquisito un retrogusto di buonismo… Il significato che ha in questo contesto però, ha a che vedere con la mutua esclusione tra giudizio e amore: non si ama ciò che si giudica.
Nel suo mantenersi equanime, il Counselor comunicherà proprio questa qualità di apertura.
Riconoscere e accogliere senza giudizio e con le qualità della professionalità, il Cliente.
L'alleanza terapeutica, a livello visivo, può essere dipinta come il benessere di una coperta che avvolge il Cliente nella sua interezza. Uno sguardo buonista sarebbe alleato con le nevrosi del cliente, piuttosto che con lui.
L'immagine di uno sguardo amorevole, avvolgente come una coperta, è di fatto un'immagine.
La domanda che sorge ora è se di fatto esistono strumenti e/o attitudini che aiutino a tradurre tutto questo in azione.

Un esempio interessante

L'Osho Divine Healing è una sintesi di movimenti corporei volti a stimolare i processi di autoguarigione dell'organismo e a mantenerlo in salute. Questi esercizi scelti da diverse tradizioni orientali, si apprendono sotto la guida di un insegnante.
Nell'effettuare i movimenti, il trainer chiede abitualmente di mantenere gli occhi aperti con lo sguardo rivolto ad un punto all'orizzonte.
Pian piano il praticante viene invitato ad allargare la consapevolezza del proprio campo visivo, partendo proprio da quel punto: prendere coscienza progressivamente di tutto ciò che quel punto contorna.
Diciamo, che sarebbe come se si mantenesse il fuoco fisso sul punto mediano della riga di un testo scritto e, lettera per lettera, si lavorasse in modo da riuscire a vedere l'intera linea. Incidentalmente, questo è uno degli esercizi che vengono proposti nei corsi di lettura veloce, quindi decisamente qualcosa che si può fare.
Ad un certo punto il trainer, proseguendo con l'invito ad allargare ciò che si può percepire con la vista, invita ad includere sé stessi.
Divenire cioè osservatori consapevoli di tutto ciò che è di fronte ai propri occhi, fino anche al proprio corpo e alle proprie sensazioni, pensieri ed emozioni.
È come se si diventasse parte di un quadro che si sta osservando.
Questa è la condizione in cui gli esercizi del Divine Healing possono essere svolti: la presenza al momento, al luogo e a sé stessi.
Ora, tornando alla seduta di Counseling, ciò a cui occorre tendere nel colloquio con il Cliente, è qualcosa di analogo: mantenere il proprio sguardo di osservatore equanime su di lui ed allargarlo fino ad includere sé stessi.
Allenarsi ad ampliare il proprio campo visivo e ciò che vi è contenuto fino a farne parte, è un buon esercizio di comunicazione per chiunque. La visione infatti può essere un eccellente strumento di consapevolezza: porto attenzione a ciò che vedo, passando dalla semplice percezione all'osservazione. Così è possibile spostare il focus dal proprio interlocutore alla relazione che si genera, all'interazione tra i protagonisti, a tutto il mondo del non verbale che viaggia insieme alle parole.
Nell'ambito del Counseling, tutto ciò corrisponde a favorire la relazione empatica e a consentire quella sparizione del Counselor, così che il cliente possa proiettare la sua parte portatrice di risposte, e ascoltarla.

Guardare e controllare

Entrati pienamente nell'ambito relazionale che si è instaurato con il Cliente fino ad includere sé stessi, si ampliano le possibilità di fare un buon lavoro.
Lo sguardo attento, la presenza nell'ascolto attivo, sono canali che consentono di andare nel proprio mondo percettivo e da lì sentire quella sorta di stridore interno, che si genera ad ogni paradosso o contraddizione tra il verbale e il non verbale. Questa è una parte rilevante ed irrinunciabile del lavoro con il Cliente e spesso, la chiave di svolta nel disgregarsi di un problema.
Così è assolutamente naturale lo sforzo a muoversi in questa direzione da parte del Counselor: maggiori dettagli possono essere colti, maggiori possibilità di intervento.
Se esiste una buona possibilità di analisi su tutto il non verbale del cliente (posture, toni, movimenti corporei, sguardi, colorito della pelle, ritmo del respiro…) è più semplice accorgersi anche di piccoli paradossi che egli genera con le sue parole. Ma è assolutamente spiacevole e inibente, dialogare con un interlocutore che fa sentire come un vetrino sotto al microscopio. È fastidioso nelle situazioni di tutti i giorni, è disfunzionale in una seduta di Counseling.
Lo sguardo è inevitabilmente associato al controllo. Ad esempio videocamere di sicurezza e velox hanno la funzione di controllare il rispetto delle regole e i cartelli che avvisano della loro presenza, di intervenire sul comportamento.
Inoltre vivendo in un paese di matrice culturale cattolica, è nella simbologia comune la rappresentazione di Dio come un occhio che dall'alto osserva ciò che succede.
Come è possibile integrare queste qualità dello sguardo?
Nella misura in cui si riuscirà a rimanere presenti al momento che si vive con il Cliente, e a rimanere rilassati e a proprio agio nelle sensazioni che ne nascono, sarà possibile allentare la tensione della sentinella che filtra e interpreta ciò che il corpo dice con le sue parole. Saranno le sensazioni che, alleate con il proprio sguardo, faranno scattare quel campanello di allarme che consentirà di cogliere contraddizioni e paradossi.

Dov'è la luna quando la guardi?

Agli inizi del novecento, al fisico Werner Heisenberg venne assegnato il premio nobel per la formulazione del famoso Principio di Indeterminazione. Esso non solo costituisce una delle basi della meccanica quantistica, ma è assolutamente una rivoluzione culturale nell'ambito dell'osservazione scientifica in generale.
Il principio asserisce che non è possibile stabilire contemporaneamente e con precisione la posizione e la velocità di una particella. Tradotto in parole povere, questo significa che osservando una particella la si influenza, la si sposta un po', ne si modifica la velocità. L'osservatore e l'osservato non sono più due fenomeni distinti, due sistemi isolati che interagiscono, ma appartengono ad un unico sistema di cui anche il risultato stesso dell'osservazione è parte. Per spiegarlo in altre parole, facendo finta che sia possibile trasferire tout court l'infinitamente piccolo del subatomico agli oggetti di dimensioni maggiori, sarebbe come dire che guardando la luna… la si sposta!
Pur lasciando la questione spinosa del se "le regole della meccanica quantistica sono applicabili anche al mondo percettivo" a persone esperte, si apre la possibilità di fare un piacevole parallelo tra il principio di Heisenberg e il proprio mondo interiore.
Se dallo sguardo esterno, quello fatto con gli occhi fisici, ci si sposta a quello interno, fatto con gli occhi della consapevolezza e della mente, accade che si può percepire un'ampia varietà di sfaccettature del proprio sé. Le regole del mondo interiore e quelle del mondo esteriore, difficilmente coincidono. Ma, come per le particelle subatomiche, osservare una parte di sé significa influenzala, e nella maggior parte dei casi, darle energia, darle forza, darle voce. Lo affermava A.Maslow, quando parlava di lavorare sul "positivo di sé", così che il resto, trasportato dal naturale e sano processo evolutivo della persona, vada perdendo energia.
Purtroppo o per fortuna, non esistono occhiali per avere dieci decimi, quando lo sguardo è rivolto dentro di sé. Le lenti correttive migliori, sono quelle delle attitudini sane verso cui tendere.
In fondo il Counselor potrebbe essere visto come l'ottico che accompagna il cliente a recuperare dentro di sé questa possibilità di visione della propria interezza.

 

 

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