L’ombra della giustizia, ovvero: giudici, giustizieri e vigilantes.

giustizia-ombraDike, dea della Giustizia, porta in una mano una spada e nell’altra una bilancia e i suoi occhi sono bendati; il Giudizio Universale viene atteso come il momento in cui la giustizia divina separerà il buono dal cattivo e il giusto dal dannato. Ma a noi, uomini fra gli uomini, quali possibilità offre la virtù della giustizia? quali percorsi apre? Quali luci e quali ombre proietta nella nostra vita imperfetta e terrena?

L’ombra della giustizia, ovvero: giudici, giustizieri e vigilantes.

Dal 1949, data in cui fu girato il primo film che aveva come protagonista Zorro, al 2009 anno in cui fu prodotto “Watchman”, ben 47 sono state le pellicole realizzate sulla figura del giustiziere. I personaggi di questi film hanno sfaccettature diverse: dalla vittima della violenza dei delinquenti, che mette in atto la propria forma personale di giustizia quando ritiene che quella agita dalle autorità sia insufficiente (uno dei più famosi è il personaggio di Paul Kersey, interpretato da Charles Bronson nella serie “Il giustiziere della notte”), al poliziotto duro e intransigente che combatte la criminalità con metodi poco ortodossi (per esempio l’ispettore Callaghan, interpretato da Clint Eastwood), al super eroe paladino dell’equità e difensore dei più deboli (Zorro, l’Uomo mascherato, Batman).

Ciò che accade nel mondo, anche i film che sono realizzati e i libri che sono scritti, è un riflesso dell’animo degli individui: anche giudici, giustizieri, vigilantes e supereroi sono parti interiori che prendono vita e possono manifestarsi nell’immaginario collettivo. Più che la giustizia che amministra le regole sociali e quella divina, dello spirito, è la giustizia come qualità morale insita in ogni persona, e le diverse possibilità, sfaccettature e ruoli in cui può essere agita, quella sulla quale andiamo qui a riflettere, dal punto di vista delle “ombre”.

Basta la conoscenza di ciò che è giusto per operare giustamente? E’ vivere civilmente il mettere in atto le proprie leggi, ignorando quelle stabilite istituzionalmente? Tra gli esseri umani, qualcuno può porsi sopra tutti gli altri e arrogarsi potere di giustizia, umana e divina? A titolo personale la risposta è “No”, eppure l’esperienza di tutti nella vita è: “A volte accade …”. Ma lo scopo di questa newsletter non è quello di stabilire ciò che è “giusto” e ciò che è “sbagliato”; la nostra ricerca, e gli stimoli che vogliamo dare, intende far portare l’attenzione su alcune cose, far riflettere, far cogliere possibilità non convenzionali o non sempre evidenti.

Nella mitologia greca, Dike, figlia di Giove, è la dea che protegge le leggi e i tribunali ed è rappresentata come una donna che regge una spada, la forza di colpire e di punire, e una bilancia, il saper giudicare con giustizia. Quando quest’archetipo si nutre di ombra psichica, l’energia della spada diventa preponderante, a scapito dell’equità. Tra gli angeli, esseri che rappresentano la bontà divina, esiste il vendicatore, Mebahe’el, il cherubino che esprime la parte dura e violenta dell’energia angelica. Se tra gli angeli agire questa parte è in funzione della giustizia divina, cosa spinge l’uomo in questa direzione? Spesso il dolore e il desiderio di vendetta, ammantato di un senso di giustizia che diventa alibi e autorizzazione al proprio comportamento. Le emozioni autentiche sono coperte dalla rabbia, perché la sofferenza è inaccettabile; la forza dell’aggressività spinge all’azione, a ergersi a giudici, a infliggere punizioni, a ottenere che anche l’altro soffra, perda, pianga e mediti sulle sue azioni. Le correnti delle emozioni, con i loro flussi potenti, capaci di influenzare la percezione e il pensiero, guidano le intenzioni e le azioni, annebbiando il senso critico, bypassando le regole morali.

Il lato d’ombra della virtù della giustizia può essere agito in molti modi, l’esempio del giustiziere è solo uno. Non c’è bisogno sempre di gesti epici e di azioni clamorose; agiamo il lato ombra della giustizia anche ogni volta che nella mente, prima ancora che nelle parole o nelle azioni, formuliamo un giudizio tagliente e una “sentenza”, magari senza appello, a volte basando i giudizi solo su ipotesi o su impressioni. Che cosa può essere d’aiuto, nel momento in cui, Dio voglia, s’insinuasse il dubbio sulla funzionalità di atteggiamenti di questo tipo? Di certo l’ascolto, l’osservazione, di noi stessi; questo semplice ma prezioso gesto interiore, esprime già di suo un cambiamento fondamentale di paradigma: portare prima l’attenzione su se stessi, anziché su gli altri. Questo è di aiuto allo sviluppo della consapevolezza, della coscienza di sé, la capacità di osservare equanimemente i propri pensieri, impulsi e azioni, e di cogliere le spinte autentiche che hanno dato loro origine, senza alibi.

E un altro ingrediente necessario e salutare è di certo l’umiltà, nella sua accezione etimologica: ricordare che l’origine di ognuno, sè stessi compresi, è nella terra, nell’humus, non “nell’alto dei cieli”.