ombra-della-speranzaTroppo calore brucia, troppa luce acceca … e se troppa speranza immobilizzasse?

Angeli e Demoni di nuovo giocano e chiedono entrambi (lecitamente), lo spazio per mostrarsi.

Senza oscurare la speranza, restiamo attori 'fiduciosi' del nostro destino!

 Si spera questo e si spera quello, e sperando si gonfiano i timori come fossero palloni, si cade preda degli auspici, e, invece di vivere, appunto, si spera soltanto” 

Alessandro Mari, “Troppa umana speranza”, Feltrinelli Ed.

Il mio primo marito non sopportava il verbo sperare e mi rimproverava ogni volta che me lo sentiva pronunciare. Lo sentiva troppo passivo, remissivo, legato a un senso di impotenza. Mi ha insegnato a dire “mi auguro” al posto di “spero”.

Effettivamente le parole possono fare la differenza nella nostra attitudine, nel nostro modo di affrontare la vita, specie se queste parole sono evocative. E la speranza può appunto evocare un senso di fatalismo, far riferimento a qualcosa che non è nelle nostre mani; una delega all'intervento del fato, di dio, del destino...

La speranza, che di per sé potrebbe anche essere letta come una sorta di ottimismo fiducioso, si colora invece di impotenza, passando dal verde tenero al grigio cupo, tenendoci lontani dal percepire il nostro potere personale.
Modificando il linguaggio, il mio modo di esprimermi, piano piano modifico il pensiero e il modo di ragionare ed affrontare le situazioni. Giocare con le parole può contribuire all'acquisire una maggiore flessibilità di pensiero.

Quindi, invece che dire “Speriamo che questa situazione si risolva presto” dico “Ho fiducia che questa situazione si risolva presto”. Il senso della frase cambia completamente, trovando nella fiducia una maggiore valenza positiva/creativa e allontanandosi dal fatalismo/delega.

La speranza ci tiene legati a un sistema facendoci credere che questo sistema possa inesplicabilmente cambiare, per un intervento divino o per una scoperta tecnologica o per miracolo. Ci può bloccare in una relazione negativa o abusiva o violenta (spero che prima o poi cambi...) così come tenerci fermi in una situazione o rendere inefficaci le nostre azioni. False speranze ci legano a situazioni invivibili e ci rendono ciechi nei confronti delle reali possibilità.

Se mi tiene fermo nella passività, nell'attesa inerme, la speranza diventa una trappola che addormenta la capacità propositiva dell'essere.

Invece che “sperare” in qualche intervento magico di sorta, preferisco allenarmi a riconoscere quello che effettivamente è in mio potere fare in una data situazione, diventando più pro-attiva e creativa, laddove con creatività si intende proprio la capacità di riconoscere quello che già c'è nella realtà e di riassemblarlo in modo nuovo, farne un nuovo uso.

Non spero che le cose vadano meglio, ma agisco con quello che ho a disposizione a che le cose vadano meglio. E a quel punto non spero neanche che le mie azioni siano state opportune, ma osservo e valuto, ed eventualmente correggo il tiro per rendere il mio agire ancora più efficace.

La speranza ci allontana dal momento presente, ci allontana da chi siamo e dove siamo nel presente spostando la nostra attenzione a un ipotetico futuro.
Secondo alcuni autori, quando la speranza muore, l'azione può avere inizio.

Certamente questo è un punto di vista radicale e anche un poco provocatorio.

Per altri autori, la speranza è una potente forza motivante, un motore che ci mette in moto anche quando tutto sembra perso o fuori dal nostro controllo.

La realtà è che la speranza in sé non è né positiva né negativa. La questione è in fondo sempre cosa noi ne facciamo: se diventa una comoda e socialmente accettata giustificazione “Eh vabbè, speriamo...” o se rimane un sottofondo verde tenero di fiducia nella bontà della vita che mi sostiene e mi aiuta a non cadere nel baratro del vittimismo o della demoralizzazione.