arroccati-nella-propria-torreQuando nella relazione d'aiuto del counseling, fa capolino la superbia, o l'altezzosità, o il pregiudizio, cosa è possibile fare?

Entrare in sintonia con queste emozioni può essere difficoltoso, e alcune attenzioni sono fondamentali per trasformare un possibile inciampo in un'opportunità. Un cambio di prospettiva utile per i counselor, e per chi desidera imparare a vedere con maggiore chiarezza anche dentro di sé.

Mi resta difficile immaginare come un counselor possa mai vedere la superbia varcare la soglia del suo studio, vestita dei panni di un cliente. Se mai ciò accadesse il nostro ipotetico counselor dovrebbe prepararsi ad un intervento lampo di sicuro successo, dove il cliente esce soddisfatto e rassicurato per essersi reso conto che in realtà lei, La Superbia, per risolvere le proprie difficoltà non ha proprio bisogno di nessuno, men che meno del povero specialista della relazione d’aiuto!

In realtà, e per fortuna, è molto più facile che il nostro counselor si trovi ad avere a che fare con i parenti poveri della superbia quali orgoglio, ritrosia, superiorità, pregiudizio, preconcetto ecc., che con essa hanno di comune l’origine e una manifestazione corporea inconfondibile: il mento che si alza, la nuca che retrocede, il petto che si solleva e gli angoli della bocca che spesso scendono verso il basso.

Basta riprodurre per qualche istante questi movimenti, per sperimentare come il rapporto tra noi e le cose che ci circondano cambia. E come cambia al contempo la percezione di noi stessi: abbiamo preso le distanze, ci siamo alzati e gonfiati, ci sentiamo più sicuri e forti, il petto in fuori ci fa da scudo e al contempo minaccia gli altri, il mento alzato ci rassicura sul fatto che nulla abbiamo a che fare con ciò che sta sotto, possiamo sentire una piacevole sensazione di autocompiacimento e superiorità!

Quando percepiamo nel nostro cliente qualcuno di questi movimenti verso l’alto, stiamo sicuri che abbiamo toccato qualcosa dal quale vuol prendere le distanze, qualcosa che lo costringe ad abbandonare il piano orizzontale della relazione con noi per ritirarsi in verticale. 

In effetti superbia e altezzosità si trovano entrambe in alto, in alto sulla metaforica torre che la colonna vertebrale viene a costruire irrigidendosi e innalzandosi. 
Essere su di una torre ha indubbiamente i suoi vantaggi: si è protetti dagli assalti, ci si sente sicuri e si ha una visuale migliore di ciò che sta sotto. 

Ma se il cliente di fronte a ciò che si è mosso nella seduta ha deciso di sentirsi più al sicuro insuperbendosi, come ci sentiamo, e cosa facciamo noi che rimaniamo giù e sosteniamo il suo sguardo dall’alto verso il basso? 

Qui non dobbiamo far altro che adottare la strategia da mettersi in atto ogni qual volta ci troviamo in difficoltà durante una sessione:

  • Se sentiamo effettivamente che cliente è altezzoso nei nostri confronti possiamo interrogarci se è stato un nostro comportamento, parola o atteggiamento ad innescare una simile reazione.
  • Se ci sentiamo disprezzati dai suoi angoli della bocca abbassati... allora prendiamo subito appuntamento con il supervisore!
  • Se invece ci rendiamo conto – come in effetti è più probabile che accada in seduta – che lo sguardo non è rivolto a noi ma alla situazione evocata, o al tema trattato, o al sentimento provato, ricordiamoci allora che a volte, un atteggiamento di superbia potrebbe anche essere un moto d’orgoglio che riscatta da situazioni troppo spesso subite, o da aspetti di sé disfunzionali dai quali si comincia a prendere le distanze.

Se così fosse allora, accogliendo un atteggiamento così spiacevole da sostenere, potremo permettere al nostro cliente di utilizzare la "torre" per vedersi meglio, scoprendo noi al contempo l’aspetto regale che può celarsi dietro l'altezzosità.