sono-alla-fruttaLavorare intensamente ed essere privi di stimoli autentici, si può. Ed accade molto spesso. Elementi contrastanti dentro e fuori di sé, giocano una partita in cui la posta è la ricetta della "giusta" combinazione alchemica di soddisfazione professionale, tenore di vita desiderato, appagamento personale. Ecco le parole di chi vive in prima persona la ricerca dell'equilibrio di questi ingredienti: l'intervista ad una manager che dialoga con la propria parte interiore.

Quando eravamo adolescenti e studenti, ci siamo creati tutti l’idea di come sarebbe stato il mondo del lavoro. E con gli anni e l’esperienza, ripensando a quell’idea ci siamo accorti spesso che era molto diversa dalla realtà.

Il lavoro occupa la gran parte della nostra giornata e della nostra vita, assorbe molta della nostra energia, spesso lo viviamo con ansia, stress, frustrazione.
Nel mio immaginario di adolescente il lavoro era un piacere, qualcosa da fare con passione, con entusiasmo, impegno e creatività.
Cerchiamo allora di spiegare a chi lavora incessantemente a pieno ritmo, sotto una costante pressione, com’è possibile godere della vita quando svolgiamo un lavoro intenso, pressante nel quale si corre cosi tanto e ci si rende conto che quello che oggi si vorrebbe più di ogni altra cosa è il “tempo”.

Quali sono i bisogni che spesso sono dietro un modo di lavorare cosi esasperato?

I bisogno sono tanti e diversi. Ad esempio essere riconosciuti come bravi Manager, farci affidare incarichi importanti, sono cose che ci fanno sentire all’altezza della situazione, ma a volte possono rivelarsi false illusioni, apparentemente ci sentiamo gratificati, ma il rovescio della medaglia è che finiamo col sentirci intrappolati, ci creiamo aspettative che spesso sono disattese, è tipico mettere anima e corpo nel lavoro per poi vedere che non sempre l’Azienda riconosce il valore delle persone. Ma credo che sia più importante il valore che diamo a noi stessi quando lavoriamo rispetto al valore che l’Azienda tende a darci. Da qui il bisogno di fare carriera, di ricoprire un ruolo importante e a volte capita che ci rendiamo conto che correre per fare carriera o lavorare sempre in modo esasperato spegne l’Anima. Chiaramente questo dipende dal personale percorso di ciascuno.

Cos’è che porta un tipico Manager che lavora assiduamente, che corre ogni giorno per raggiungere degli obiettivi a fare la scelta di dedicarsi totalmente per tanti anni al lavoro, mettendo spesso da parte altri valori come la famiglia, gli affetti, le passioni e i sogni?

Spesso si ha la sensazione di combattere con due forze: quella che ti fa andare avanti comunque perché ci credi e quella che come un tarlo nella mente ti continua a ricordare che questa non è la tua vita, non è ciò che desideri davvero, almeno non in quel modo.
Tutto quello che ci viene dato come benefit può rivelarsi una trappola perché se non sappiamo gestirlo nel modo corretto, rischia di diventare la nostra gabbia, le nostre catene.
Gli obiettivi che impone l’Azienda non sempre corrispondono all’obiettivo della mia vita, ma c’è la consapevolezza che tale obiettivo è cosi radicato dentro di me che l’ho fatto mio, pur non essendolo. Allora ogni tanto vale la pena fermarsi e farsi qualche domanda: “è realmente il mio obiettivo?”, “è davvero questo che voglio?”

Come è possibile, quando il lavoro è cosi pressante e intenso, godersi la vita, recuperare la propria quotidianità e ritrovare i propri obiettivi e sè stessi?

Un modo per recuperare la mia quotidianità è innanzitutto rallentare i ritmi, fermarmi ogni tanto, respirare profondamente per qualche minuto, stare nel qui ed ora, lasciar scorrere i pensieri, osservarli senza giudicarli. Uso spesso il testimone equanime per essere più consapevole di quello che sto facendo e più distaccata. Osservandomi da un punto di vista diverso, riesco a rimanere centrata, più in sintonia con la mia natura, ciò che voglio essere veramente.

Qualunque situazione lavorativa scegliamo, non dovremmo permettere che questa sovrasti la nostra vita o crei degli squilibri tra chi siamo veramente e quello che facciamo, per rendere più chiaro il concetto: “Io faccio il Manager, ma non sono Manager, io faccio un lavoro, ma non sono quel lavoro”.