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Parlando di counseling e di crescita personale, molto spesso mi sono sentito rispondere:
"Sì sarebbe bello poterlo fare. Ma alla mia età oramai...".

Come se il mio interlocutore sentisse di aver raggiunto un punto del suo percorso di vita in cui, apportare cambiamenti alla propria esistenza o intraprendere cose nuove, diventa un compito difficile e un investimento senza senso. Questa "età del non ritorno" non è la medesima per tutti (dipende dal percepito personale) ma per tutti nasce un assunto comune a giustificazione del proprio non-agire: cambiare certe cose di sé è faticoso, a volte impossibile, richiede tempo.

Se fino alla generazione delle persone nate nel dopo guerra gli "anziani" erano un punto di riferimento per gli altri, attualmente la storia è decisamente diversa. TV e media non aiutano e troppo spesso, invecchiare viene passato come un inevitabile impaccio, che introduce affanni fisici e relega ad un ruolo secondario nella società. Se la maturità è presentata come un tempo per la produttività e la crescita in cui si è apprezzati e valorizzati, sembra esistere un punto (la famosa "certa età") che avvia alla fase finale della propria esistenza e che viene trasmessa insieme a doti come incapacità, intralcio, perdita di autonomia.

I cambiamenti nell'organismo ci sono davvero, e sentirli può risultare sgradevole e generare paura. "Cosa succederà ora che se il mio fisico indebolisce? Come posso difendermi o fare ancora quello che desidero, senza chiedere aiuto ad altri?"
Sentirsi forti e al sicuro nel proprio corpo fa stare bene anche nello spirito. Ma fortunatamente vale anche il viceversa: prendersi cura dei propri schemi di pensiero e delle proprie emozioni causa un benessere che si manifesta in buona salute, ritrovata energia e capacità di darsi obiettivi personali coerenti con le proprie risorse.

Il Counseling si inserisce in questo contesto, lavorando per riappropriarsi di ciò che sembra voglia venir sottratto al legittimo proprietario: il diritto di godere pienamente di ogni fase della propria vita, rendendosi capaci di riconoscere i doni unici che ciascuna di essa porta, secondo le proprie possibilità di quel momento.
Viene difficile pensare che esista un'età in cui ci si può prendere cura di sé e in un'altra no.
Dimenticandosi di essere la persona più importante con cui si è in relazione, si giunge alla conclusione di dover rinunciare a vivere con passione e ad aver sogni da inseguire.

Un altro punto di vista è possibile: riconnettendosi con sé stessi, integrando buon senso e leggerezza, nasce la capacità di chiudere una fase della propria vita e riaprirne un'altra.
Come un respiro, profondo o leggero che sia, che introduce ossigeno e forza vitale nel proprio corpo, e con fiducia restituisce aria per poterne ricevere ancora.

P.S. Un'amica alcuni anni fa è andata a vivere in una comune di Osho, all'età di sessant'anni circa. Quando le chiesero come mai avesse preso questa decisione, lei rispose: "Voglio vivere tutti i miei giorni, fino a che morirò".

 

 

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