Fatti a immagine e somiglianza di Dio, perfetti nella nostra imperfezione che fonda la propria forza in questa antica alleanza

corpo-anima-e-menteDanza … mimo … pantomima … tante ‘arti’ e un grande elemento ad accomunarle: IL CORPO!
Tramite per esprimere, strumento per parlare, parte di noi che percepisce, sente, vive …
Per quanto mi riguarda, il CORPO è stato prima uno sconosciuto e un estraneo, poi un ostacolo, un peso e un limite; poi ancora e finalmente, una scoperta! Forse la più grande e affascinate scoperta ‘capitata’ all’età di 18 anni, quando - un po’ per curiosità e un po’ per destino - ho iniziato il mio primo corso di Teatro.
Un viaggio meraviglioso, anche se non privo di difficoltà, che ha cambiato la mia vita e ha tracciato una direzione, riemersa poi nel tempo per rinnovarsi e darmi l’opportunità di nuove e affascinanti scoperte.

C’è stato un tempo in cui davvero il mio corpo era un qualcosa di estraneo, non mi chiedevo come fosse e cosa fosse, non pensavo a come ci stavo o a come agiva e reagiva. Semplicemente c’era, era un dato di fatto.
Poi improvvisamente mi sono resa conto che esisteva, che era visto, che poteva piacere o non piacere, lui c’era e io non potevo prescindere da lui. Gli altri lo vedevano e mi vedevano attraverso di lui, lo apprezzavano o lo disprezzavano, lo giudicavano adatto o non adatto. Io ero come intrappolata in una forma che sembrava essere sempre o troppo o troppo poco; immaginavo azioni che lui non riusciva a compiere, sognavo sinfonie che lui non sembrava essere in grado di danzare, era come avere uno spartito senza una vera orchestra da dirigere.
Era diverso da come avrei voluto che fosse, era come non doveva essere.
Sentivo la mia testa potente, i miei sentimenti nobili, ma il mio corpo era latitante, non all’altezza; lui non era adeguato nè era al passo con i tempi e io sembravo non esistere a causa di questo.
Ma come fare? Che cosa fare?

Esisteva uno scollamento fra parti essenziali di me.
Ero in un vicolo cieco, avevo imboccato una via che non mi avrebbe portato lontano. Separavo quello che avrei dovuto unire, davo colpe laddove invece serviva integrare e alleare. Usavo il giudizio degli altri per nascondere la mia forza, un’energia unica che poteva nascere solo ritrovando e alimentando il senso di unione e d'interezza che invece mi mancava.

Fortunatamente, come spesso accade a 18 anni, nella confusione cosmica che caratterizza la tua esistenza, insieme ai punti bui di tanto in tanto irrompono lampi di inconsapevole saggezza (o fortuna, chi può dirlo).
Io nel mio caos creativo di quell’età ho incontrato il TEATRO!
Un corso come un altro, scovato fra i vari annunci pubblicati nella bacheca della scuola. Ho letto il volantino e una parte della mia attenzione è stata come ‘stregata’, quell’occasione sembrava proprio la mia occasione, non potevo perdere quell’opportunità.
Era da un po’ che pensavo al Teatro, lo stavo anche valutando come possibile sbocco professionale. Non che lo conoscessi a fondo, anzi, la mia famiglia non era assidua frequentatrice delle sale teatrali e io stessa, a essere onesta, a teatro c’ero stata un paio di volte con la scuola. Eppure ci pensavo e ripensavo, affascinata da quel mondo. Così, in men che non si dica, ero già iscritta a quel corso: l’AVVENTURA ERA INIZIATA!

Impossibile raccontare di tutte le scoperte fatte, ma in quella stanza quadrata e sotto quei riflettori è successo un piccolo miracolo: il mio corpo è diventato me!
Non più un peso, non più un ostacolo, ma ME. Una parte di me, anzi un tutt’uno con me … finalmente si sono poste le basi per la più importante delle alleanze. A essere sincera, non si è trattato proprio di mettere qualche cosa che non c’era, mi sono limitata a scoprire un tesoro che era già in me.

Ero attraverso di lui, i miei personaggi avevano bisogno di lui per vivere, per esprimere e per emozionare.
Il mio corpo diventava protagonista. Non più un ostacolo, ma strumento prezioso e potente.
Dovevo trovare in lui le risorse e con lui diventare cosciente di una vita che passava il più delle volte inconsapevolmente sulla mia pelle. Non era più sufficiente comprendere un’emozione, non serviva raccontarla a parole o dipingerla su un foglio bianco, i miei personaggi avevano necessità di viverla attraverso di me per regalarla al pubblico: l’amore di Giulietta per Romeo e la sua disperazione, la follia e la perfidia di Lady Macbeth, la frustrazione delle serve di Genet, l’incanto e il disincanto di Ofelia, la passione e la paura di Desdemona … Dovevo passare dal mio corpo per trovare la credibilità dei miei personaggi. Dovevo sentire e diventare consapevole di cosa sentivo, come sentivo, cosa succedeva quando sentivo. Osservavo me stessa e gli altri con attenzione.
Il mio corpo non era più solo bello o brutto, ERA ARTE! Aveva in sé il potenziale della creazione, era vivo e poteva esprimere, condividere, parlare …

Il mio viaggio teatrale è durato parecchi anni, anni di scoperte e di prove, di limiti toccati e spinti sempre un po’ più in là. Poi è arrivato il momento in cui, non avendone fatto la mia scelta professionale, ho deciso di abbandonarlo, sembrava avesse esaurito la sua funzione nella mia esistenza.
Ero diventata adulta, dovevo pensare a costruirmi una carriera e il tempo per prove, ricerche, studi ed esperimenti sembrava finito.
Piano piano la vita ha rivestito il mio corpo di responsabilità, di pesi, di ruoli e di ‘decenze’.
Certo, non era più un estraneo, sapevo che esisteva ed ero consapevole del suo potenziale, ma era giunto il tempo di usare la testa. Dovevo essere razionale e comportarmi da grande, da adulta che sa che certe cose non si dicono e altre non si fanno; riflette prima di parlare, pensa prima di agire; che non può mostrare il suo lato debole e non può agire d’impulso.
E così ho separato gli spazi e le competenze e … ho fatto un bel casino!

Questo fino a quando la vita, questa magica e imprevedibile avventura, non mi ha dato l’opportunità di ritornare sui miei passi. Ho negato le mie emozioni e zittito il mio corpo in mille modi, fino a quando lui ha urlato e a quel punto ho dovuto ascoltarlo.
Certo non è stato né semplice né immediato, ma la sua voce è una voce potente, chiara e cristallina e se ci apriamo all’ascolto e difficile fraintendere. È una voce autentica, che anche nella sofferenza ci parla di opportunità da cogliere e ci indica vie da percorrere. Nel profondo del nostro cuore e nel centro della nostra anima, noi sappiamo che è una voce sana, sinceramente dalla nostra parte.
È a quel punto che ho incontrato il BreathWork.

Anche in questo caso: quanto é fortuna o destino? Quanto è karma o divina provvidenza? Posso solo dire che solo chi cerca trova e spesso, anche se non ne siamo del tutto consapevoli, stiamo cercando risposte ad esigenze profonde.
Sapevo che il mio corpo poteva essere uno strumento prezioso, conoscevo la forza della mia mente e anche il suo potenziale che non sempre giocava a mio favore, ma non riuscivo a fare 2 + 2, (che secondo alcuni non fa esattamente 4, ma di certo non fa 1!).
Attraverso il respiro ho sperimentato un nuovo dialogo con me stessa: il corpo non è più il tramite per portare in scena un personaggio, ma è il mio esserci, il mio vivere questa vita, sentire le mie emozioni ed esprimerle, condividere e agire i moti dell’anima.
Il corpo non ha più necessità di un palcoscenico per essere visto e ascoltato, il mio corpo ha dato voce alla mia esistenza, ha riscoperto il piacere di vedere e scoprire, ascoltare e toccare, conoscere e sperimentare.
Forse non a tutti serve passare da un palcoscenico, ma di certo ad ognuno di noi può giovare ristabilire l’antica alleanza mente-corpo attraverso il respiro!