Silenzioso, lento, impalpabile.

Non visibile agli occhi né percepibile agli altri sensi.

Eppure incessante nel suo misterioso, costante progredire giorno dopo giorno.

Ore, giorni, settimane: nove lunghi mesi, a volte poco meno.

Non lo puoi vedere, né toccare, anche se lo vorresti; puoi incominciare a sentirlo, ma ancora l’attesa continua.

Questo è il tempo che ogni donna tesse, per il lungo tempo della gestazione di un figlio.

Con infinita pazienza …

Se penso alla qualità della pazienza nel suo lato “luminoso”, il primo rimando che mi nasce dentro è l’attesa paziente, fiduciosa, silenziosa, accogliente che ogni donna si ritrova a dover a suo modo esplorare quando vive l’esperienza del mettere al mondo un essere umano. In questo caso essere pazienti significa accettare che la vita si sviluppi secondo i suoi tempi e i suoi modi, nel buio e nel mistero, nell’incognita di un evento che non richiede il controllo e l’agire, quanto piuttosto l’avere fiducia, affidarsi, attendere, fare i conti con tempi e ritmi che, oggi più che mai, non sono – erroneamente -  “normali”.

Ma avere un figlio avviene solo alcune volte nel corso dell’esistenza, un numero sempre più ridotto di volte, secondo le statistiche che conosciamo. Siamo più consapevoli della responsabilità di generare un individuo, siamo immersi in esistenze che non ci lasciano tempo, né energia da dedicare, facciamo i conti con difficoltà pratiche, nonostante il benessere di oggi sia molto più elevato di quello di soli sessant’anni fa. Abbiamo anche meno pazienza, quella buona, quella che consente di attendere con calma che un bambino impari, quella che, unita all’affetto, fa dare attenzione, fa stare con lui, con i suoi bisogni, in contatto, mettendo da parte altro.

Infinita pazienza, rimanendo nel rapporto tra un adulto e un bambino, è anche quella auspicabile nell’insegnante che educa, oltre che istruire. L’etimologia di educare e “portare fuori”: l’educatore, l’insegnante, è necessario, sebbene non sia scontato, che ricorra alla propria pazienza nell’attendere che il bambino assimili le informazioni, le verifichi  e, soprattutto, le possa riformulare non “a memoria”, piuttosto in modo personalizzato, arricchito da qualche cosa di unico, nel modo e/o nelle connessioni. La pazienza di saper rispettare tempi e ritmi, e a volte anche modi, che sono diversi per ognuno, anche se poi siamo tutti scanditi dalle convenzioni ore, giorni, settimane, mesi, anni.

Mesi, e ancor più spesso anni, sono anche i tempi necessari a “partorire se stessi”. Qui la pazienza è proprio indispensabile, utile, “terapeutica”. Uno dei frutti pessimi dei tempi attuali, invece, si trova purtroppo anche in quest’ambito: l’illusione di poter risolvere tutto & subito, l’arroganza della tecnica perfetta che sistema ogni cosa, il non voler fatica e pretendere soluzioni efficaci, veloci e indolori. Illusioni, appunto. Lavorare su se stessi, ampliare autenticamente la propria consapevolezza, ampliare le “mappe” della propria mente, elaborare nodi antichi e trovare in essi nuove risorse per la vita presente, richiede tempo, impegno, energia, fiducia, capacità di reggere la frustrazione, di recuperare le forze per continuare. E pazienza, tanta sana, saggia, umile pazienza, con la sua componente di accettazione e accoglienza, delle cose e del sentire. 

Mentre scrivo, vedo emergere un filo sottile ma significativo tra l’agire pazienza e la grande illusione dello scandire del tempo. Penso a quanto oggi il dio Crono ci tiranneggi o, meglio, a quanto ci facciamo tiranneggiare da questa corsa quotidiana e costantemente persa con il tempo, che è ristretto, non basta, sfugge come sabbia tra le dita, è compresso come una lattina di birra scossa. Penso a quanto sia importante imparare a fermarsi, mettere una pausa, rallentare, vivere con un po’ di lentezza, governando noi da dentro le cose, anziché farci governare. Ci vuole consapevolezza, per fare questo, e responsabilità. E infinita pazienza.