Inspirare, portare in se lo spirito: un atto semplice e vitale che reso consapevole favorisce la connessione al sacro.

di Milena Screm

 

 

 

 

 

 

Ovunque sulla Terra, da millenni, l’uomo ha intuito che nell’atto del respirare è racchiusa sia l’essenza della vita, sia molte altre risorse preziose. La sopravvivenza é garantita solo per pochi giorni senza ingerire cibo, molto meno senz’acqua, pochi minuti senza portare aria nell’organismo. Il primo respiro segna l’ingresso del neonato nel mondo, l’ultimo chiude quella stessa esistenza; e tra il primo e l’ultimo, un’enorme numero di respiri, la maggior parte dei quali automatici, inconsapevoli. Ed è proprio questo, l’essere presenti, coscienti del flusso dell’aria che entra ed esce dai polmoni, il primo aspetto fondamentale per accedere ai tesori del profondo.

 

Un gran numero di discipline e di tecniche, antiche e moderne, orientali e occidentali, hanno questo comune denominatore: la consapevolezza, il potere di rendere un atto abitudinario e meccanico, qualche cosa di attento, che favorisce la possibilità di imparare a trovare una posizione di osservazione non identificata tra pensieri e sensazioni. Le stesse tradizioni chiamano questo punto metaforico di osservazione “il testimone”, “l’osservatore”: è caratterizzato dalla presenza nel qui&ora, dalla propensione ad osservare e dall’assenza di bisogno di esprimere valutazioni su ciò che osserva. E’ un atteggiamento fatto dalla motivazione a respirare con attenzione e dall’attitudine ad accogliere ciò che si manifesta alla coscienza. Yoga, buddhismo e taoismo sono tradizioni che, con specificità diverse, hanno una storia millenaria a questo riguardo; i loro principi e le loro pratiche si sono diffuse dall’Oriente sino al resto del mondo.

Ma anche in Occidente sono esistite, ed esistono, realtà significative e degne di un posto d’onore. Nel testo “Racconti di un pellegrino russo” un anonimo del XIX secolo scrive "La preghiera del cuore", ancora oggi praticata nei monasteri del monte Athos: i monaci si raccolgono in un luogo tranquillo, il monastero o semplicemente la natura, a occhi chiusi, concentrati sulla respirazione, ripetendo mentalmente una breve preghiera a Gesù come fosse un mantra, al ritmo del respiro. La pratica dell’esicasmo (dal greco: "calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione") è una dottrina e pratica ascetica diffusa tra i monaci dell'Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto, nel IV secolo. Scopo dell'esicasmo era la ricerca della pace interiore, in unione con Dio e in armonia con il creato; non solo uno stile di preghiera, quindi, anche un tentativo di allineare le proprie vibrazioni con il sacro, non trascendendo, anzi, in pieno contatto col corpo. In questo, nel comprendere il corpo e il respiro nella pratica di raccoglimento spirituale, l’esicasmo fa da ponte tra la filosofia yogica e il misticismo occidentale. Dal IV secolo in poi, i mistici raccolti nella Filocalia (dal greco: "amore della bellezza"), una corrente ascetica mistica ortodossa della quale fa parte l’esicasmo, furono molti. Tra tutti un posto d’onore và a Niceforo il Solitario (XIV secolo), sacerdote cattolico italiano che, dopo aver abbracciato l’esicasmo, divenne cattolico ortodosso e si ritirò sul monte Athos.

Dio creò il respiro perché servisse da sottile legame tra il corpo e l’anima. Il segreto della Coscienza Cosmica è intimamente legato alla padronanza del respiro.”   Paramahansa Yogananda

In un suo scritto, Niceforo descrive quello che chiama il "Metodo della preghiera e dell'attenzione sacre"; raccomanda di rifugiarsi in un luogo solitario e tranquillo e di concentrarsi, senza lasciarsi distrarre da pensieri vani: “Posa il tuo mento sul petto, sii attento a te stesso con la tua intelligenza e i tuoi occhi sensibili. Segui il tuo respiro perché la tua intelligenza trovi il luogo del cuore e vi resti integralmente. All'inizio tutto ti sembrerà tenebroso e molto duro, ma col tempo e con l'esercizio quotidiano scoprirai in te una gioia continua”. Poco dopo Niceforo, anche Ignazio di Loyola (XV secolo) proporrà di “respirare le orazioni”; un secolo più avanti ancora, Maria Maddalena de’Pazzi (XVI secolo) descriverà la comunicazione della Trinità con le sue creature attraverso metafore che implicano il respiro.

Ciò che rende ancora attuali le intuizioni di Niceforo e le avvicina alla moderna Mindfulness, è che comprende, oltre all’attenzione al corpo e al respiro, un ulteriore elemento degno delle più recenti scoperte delle Neuroscienze, l’intelligenza del cuore. Niceforo scrive: “…Segui il tuo respiro perché la tua intelligenza trovi il luogo del cuore…”. Il respiro è l’azione di inspirare ed espirare aria; gli organi preposti alla respirazione sono i polmoni, che si trovano ai lati del cuore. Attraverso i polmoni, il cuore riceve ossigeno, pertanto la respirazione è la via naturale e diretta al cuore. Allineare la mente al cuore è ciò che oggi è chiamato dalle Neuroscienze coerenza cuore-cervello, una possibilità sempre più esplorata a livello scientifico, alla luce delle scoperte degli effetti sulla salute psico-fisica dell’integrare le esperienze interiori, anziché scinderle tra intelletto e sentire. Le capacità mentali hanno bisogno di essere illuminate dal Cuore per scoprirsi nella loro profondità.

Niceforo ha intuito, nel XIV secolo, la possibilità di entrare in contatto con lo spazio del Cuore con il semplice atto d’inspirare ed espirare.  La respirazione è il più importante, in quanto essenziale alla vita, tra i ritmi vitali dell’essere umano; manifesta ed esprime il rapporto con se stessi e con il mondo, influisce su tutte le relazioni che definiscono l’esistere sul piano fisico, psichico, spirituale. E’ soprattutto energia protesa all’unificazione delle parti di sé e di queste con l’intero creato: una comunicazione sistemica tra il mondo interiore, nelle sue diverse parti, e il mondo esterno. Uno scambio, uno scorrere d’informazioni, una possibilità di contatto profondo.

“La padronanza del respiro doma tutte le passioni, conquista la serenità, prepara la mente alla meditazione e risveglia l’energia spirituale.” Insegnamenti dei Mistici Tibetani

 

 

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